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Credevo di farcela e invece: boom!

È quasi mattina, decido di fermarmi per l’ultimo caffè prima di tornare a casa. Lo ammetto, in questo periodo confondo la notte con il giorno, dormendo veramente molto poco. 

Non riesco a stare fermo e casa è sempre più vuota. Decido allora di uscire per non ascoltare quell’assordante silenzio attorno a me. 

Questa serata, come altre ultimamente, l’ho trascorsa in un noto locale di Roma di grande stile. 

Ora però, mi fermo al solito bar che in questo periodo sta accompagnando ogni mio rientro. 

Questo posto mi ricorda quanto la mia vita sia cambiata e mi ha spesso aiutato a riempire le mie notti insonni. C’è un posto libero e mi siedo 5 minuti mentre altri ragazzi, anche loro provenienti dalla movida romana, ridono ancora su qualche episodio. 

Il caffè arriva e intanto mi riaffiorano alla mente tutti i ricordi che ho legati a questo posto, un punto di rientro nel quale, ancora una volta, mi ritrovo quando è quasi mattina. 

Penso alla mia vita e a dove sarei dovuto essere ora.

Non ricordo neanche più come tutto sia cominciato ma è andata come andata ed ora va bene così. 

Adesso porto avanti un nuovo pensiero, con una nuova immagine di me. 

Sento che mi sto preparando a qualcosa di diverso, percepisco quella sensazione di entrare in una dimensione sconosciuta, mentre organizzo da capo i miei prossimi anni. 

Mi chiedo quando rallenterà questa pressione interiore che non smette mai di spingere. 

Non avere più la quotidiana occasione di stringere i piccoli piedi di mia figlia durante la notte rende ogni mio nervo scoperto e mi manda fuori controllo. 

Cerco di non pensare e finisco il mio caffè. 

Eppure è lì, nella mia testa, come un chiodo fisso e non riesco ad allontanarlo. 

Risalgo in macchina, sono a solo 2 chilometri da casa e scelgo una traccia musicale che faccia da colonna sonora a questa notte infinita. 

Sento ancora sulla camicia gli odori di una serata in classico stile locale. 

Solita gente e stesse facce che nascondono una felicità intermittente. 

Lascio i ragazzi tra risate, sigarette e spintoni, ricordandomi che quando avevo la loro età era tutto diverso e un pallone era il nostro show. 

La temperatura è un po’ bassa ma è perfetta per un’ottima dormita. 

Mentre cambio marcia alzo il volume per assaporare quella strana libertà. 

La musica ti entra nei tessuti, sopratutto quando ascolti i Pink Floyd: non ti basta un comune impianto audio, vorresti essere lì, in un concerto live. 

Metto la terza e pizzico sul gas per dare un po’ di sfogo alle mie tre patenti. 

Curva a sinistra e, in una frazione di secondo, noto con la coda dell’occhio un velo d’acqua di uno strano colore incontrare l’asfalto. 

Ma è troppo tardi per capire meglio cosa sia. 

Di colpo l’inferno. 

Perdo aderenza sul posteriore sinistro e inizio a ruotare in preda a una forte vibrazione, come fossi in una curva di sterrato. 

“Cavolo! Sto andando in testa coda!” 

In traiettoria, vedo davanti a me e in corsia opposta il lampione pronto ad aspettarmi. 

Reagisco d’istinto, tocco il gas e vado di sterzo mentre tutto diventa più strano, fra il suono della gomma e le forti vibrazioni della macchina. 

Riprendo aderenza, anche troppo, fino a girare di colpo sul lato opposto. 

Accade tutto così velocemente che non ho il tempo di addrizzare nuovamente la corsa. 

Stavolta c’è un bel muro ad aspettarmi.

Ricordo ogni singolo istante, ogni singolo odore e suono ma soprattutto, l’ultima immagine nella mia testa, mia figlia. Perché davanti a un muro la cosa si fa seria. Tengo lo sterzo con una mano e con l’altra mi compro la faccia e mi preparo all’impatto. 

La mia mente si predispone agli effetti di un danno del genere, perfino simulando alcune sensazioni di dolore, mentre un’altra parte di me è già pronta a cancellare questa piccola ed ultima parte della mia vita.  Boom!

Apro gli occhi. In quell’istante non so neanche se crederci o no, ma, ginocchio a parte, non mi sono fatto nulla. 

La macchina mi ha protetto da tutto. L’odore degli esplosivi dell’airbag ricordava quelli della notte di Capodanno. Nel guardare tutto in diretta nella corsia opposta, per fortuna, c’era una pattuglia di Carabinieri. Avevano assistito a tutta la dinamica. 

Una fortuna non averli colpiti.

Nella concitata situazione scende anche il proprietario del muro e dell’abitazione confinante, che mi dice che sono il sesto a impattare li. 

Mi chiedo se prenderla come una frase positiva o meno. In ogni caso, fu tutta colpa mia. 

Per mia fortuna in quella strada e in quel momento non c’era nessuno e sono qui a scrivere queste parole. Sono stato uno stupido a sottovalutare il periodo delle prime gelate. 

Eppure, parte di me in quel periodo cercava il limite in ogni cosa, un qualcosa che mi desse una scossa. 

E proprio in quella situazione l’avevo trovata.

In quel periodo ero in una fase di ripartenza e non nego che l’incidente fu come togliermi di dosso un grande peso che gravava pieno di sensazioni negative. In quel preciso momento feci il punto della situazione: da lì, tutta la mia vita avrebbe dovuto prendere una piega diversa. Ma dovevo riorganizzare ogni cosa, cambiare la mia persona e prepararmi alla versione migliore che avrei tanto voluto diventare. Leggere diventò il mio nuovo compagno di serate a casa, spesso aiutandomi a trattenere l’adrenalina di uscire per placare quell’assordante noia. Ogni giorno cercavo stimoli e nuovi pensieri per imboccare un’altra rotta e andare verso obiettivi diversi. Gli stessi che ancora oggi mi tengono legato qui. 

A volte cambiano la loro forma e la loro lunghezza, ma so riconoscerli e so che sono gli stessi che tutti i giorni mi danno la voglia di alzarmi in qualsiasi momento. Da quel giorno molte cose sono cambiate, io sono cambiato e sono sempre più convinto che tutti possiamo rinascere ancora una volta se lo vogliamo. Possiamo decidere cosa fare del nostro futuro e non occorre trovare spunto da qualcosa di estremo, anzi, il gioco è molto più facile se si parte con anticipo. Non restando a guardare ma seguendo una nuova bussola.

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